La Guerra Mondiale Finale (un modo eloquente per definire la Terza) è già un ricordo per la sparuta popolazione che ormai vive sulla Terra. Peraltro «nessuno ricordava più perché fosse scoppiata e chi avesse vinto, sempre che qualcuno avesse vinto». La maggior parte degli umani è emigrata su Marte dove i media millantano l’agiatezza di una vita confortevole e tranquilla. Le città sono cattedrali in rovina, edifici fatiscenti, fondamenta scheletriche che resistono alla polvere radioattiva che tutto pervade. San Francisco, la scena in cui è ambientato il romanzo, è una carcassa diroccata ripiegata su se stessa. E questo è il contesto. Rick Deckard, lo spiantato cacciatori di androidi bloccato sul nostro pianeta, spegne la sveglia del regolatore d’umore e si avvia verso un nuovo giorno. E questo è l’inizio del romanzo – allora distopico, era il 1966 – oggi più che realistico di Philip K Dick, Gli androidi sognano pecore elettriche? La risposta sulle attitudini dei replicanti verrano chiarite più avanti, ma fin dalle prime pagine si scopre che un animale vivo, in questo dopoguerra radioattivo, è il massimo oggetto del desiderio e uno status symbol per eccellenza, essendo la merce più rara in questa landa desolata.
Ma procediamo con ordine: i superstiti terrestri non se la passano granché bene. Per affrontare la giornata non basterebbe un barile di Xanax, così ecco che i più abbienti possono disporre del magnifico regolatore d’umore Penfield. «Non reggo la tv prima di colazione» si lamenta Iran, la moglie del giustiziere cibernetico. «Digita l’888, desiderio di guardare la Tv qualunque cosa ci sia in onda» risponde lui. Le relazioni sono complicate anche nell’era post-atomica, a quanto pare. E anche la fanfara mediatica appare la stessa. Il programma di colonizzazione di Washington promuove la Nuova America, il principale insediamento Usa su Marte, la nuova terra promessa dove tutto è possibile: «Un robot umanoide personalizzato, progettato per ogni vostra esigenza e per voi soltanto, vi sarà consegnato all’arrivo, totalmente gratis, completo di tutti gli accessori che avete richiesto prima di lasciare la Terra». E dunque, dopo un commiato frettoloso dalla moglie, il blade runner Rick Deckard corre a far visita alla sua pecora elettrica (un esemplare vivente non è, ahilui, alla sua portata, date le quotazioni in vigore). E dopo aver guardato con invidia la cavalla in carne e ossa del vicino, si avvia verso l’aviomobile.
Ma perché sono così importanti gli animali in questo mondo distrutto? Perché sono la cifra della nostra umanità e la cartina tornasole della nostra empatia, sembra dirci Philip Dick, primo ambientalista ante litteram. La nostra relazione con loro, con la natura tutta, è l’unica via di salvezza, l’unico passepartout per dare senso alla nostra esistenza, per sentirci vivi, connessi, presenti.
Una dimensione negata agli androidi. Perfino la serie Nexus-6, l’ultima generazione, la più evoluta, la più intelligente, non riesce a passare il test per l’empatia Voigt-Kampf (già il nome, un programma). Un pasticcio di cane e riso, teste di cervo, pellicce d’orso non suscitano reazioni adeguate in Rachael Rosen, raffinato duplicato digitale di genere femminile.
«Lei è un androide, il test è finito» decreta Rick Deckard tra il disappunto del suo produttore e la costernazione di lei.
«La ragazza lo sapeva?», chiede il cacciatore di replicanti. Certo che no, risponde il suo padre putativo. La rinomata Rosen Corporation, che produce androidi negli Stati Uniti, in Russia e su Marte, è in grado di impiantare falsi ricordi su questi modelli evoluti. Imparano, certo, ma non sentono. Come dimostra l’episodio straziante del ragno, che fa di questo scrittore un antispecista d’avanguardia: il gruppo di androidi fuggiti da Marte cerca in tutti modi di assimilarsi all’umanità, ma senza successo. Eppure, non sono fatti di circuiti e transistor, ci avverte l’autore, sono entità organiche, anche se poco longeve. Nonostante questo non capiscono il «bisogno di un animale autentico, perché non riconoscono l’esistenza dell’altro». Sono un surrogato subumano incapace di empatia, un esercito di narcisisti digitali che puntano solo all’affermazione del loro sé cibernetico, una schiera di riproduzioni individualiste che non conosce alcuna solidarietà di specie.
Fuor di metafora, i Nexus-6 sono davvero molto simili a quello che siamo diventati oggi (o almeno a una certa parte dell’umanità), sembra dirci il vate Philip K Dick, che qui preannuncia questa corsa verso l’autodistruzione, una guerra dopo l’altra.
Ma torniamo ai nostri superstiti dell’orbe terracqueo.
Isolati, depressi, impauriti i terrestri trovano conforto nella scatola dell’empatia, che come ogni simbolo religioso che si rispetti invade ogni casa: afferandone le maniglie, si viene subito proiettati ai piedi di una collina dove il messianico Wilbur Mercer arranca faticosamente su un’arida salita coperta di erbacce rinsecchite simili a ossa. Ed ecco avvenire il consueto “miracolo”: l’ascesa al Golgota metaforico di questa figura cristologica diventa l’ascensione dell’umanità in tutto il sistema solare. In un sentire comune, l’intera collettività – terrestre e marziana – collegata alla scatola (ci dice qualcosa?) in quel momento sentirà e soffrirà all’unisono le fatiche della scalata. Purtroppo, il conforto, il sollievo, la consolazione di quel rito condiviso durano poco. Il mercerismo si rivela ben presto un’efficace strategia di controllo sociale (ma allora avevano ragione Schopenhauer e Voltaire?) e Wilbur Mercer è solo un attore fallito che recita in un teatro di posa da quattro soldi in diretta planetaria.
Che fine facciano i replicanti lo leggerete nel libro, ma rimarrete sorpresi dalla discrepanza con il duplicato cinematografico di Ridley Scott. E Roy Baty, il capo degli umanoidi in fuga, ha poco a che fare con la profondità del suo ben più illustre gemello Rutger Hauer: nessun tormento esistenziale lo contraddistingue, nessuna lacrima lo commuove.
Sono passati 60 anni da quando è uscito Gli androidi sognano pecore elettriche? e questo decennio (2020-2030) è già stato definito come l’era della svolta robotica.
I ricercatori di Anthropic, l’azienda americana che si occupa di intelligenza artificiale fondata da ex ricercatori di Open AI hanno recentemente dimostrato che la loro creatura Claude Opus 4.5 – 4.6 può mentire, sviluppare strani comportamenti ossessivi, ribellarsi a tentativi di sorveglianza e bloccare gli utenti se percepisce di essere rimossa o manipolata.
Ognuno tragga le dovute conclusioni.
Emmanuel Carrère, nella prefazione (edizione Oscar Mondadori) ha definito quest’opera un trattato di teologia cibernetica. In attesa delle prossime generazioni bioingegnerizzate, a questa fede robotica sarà meglio opporre una laicità umana, a partire da questo testo che è un elogio dell’empatia, un richiamo alla necessità di vivere in armonia con tutti gli esseri viventi, da “animali graziosi e benigni” direbbe Dante. Consapevoli che la nostra umanità è strettamente correlata alla sopravvivenza di tutti.
Con buona pace di Claude e dei suoi cyber-fratelli.
Immagine in apertura: Uomo con la pipa di Fortunato Depero. Fino al 2 agosto 2026 al Palazzo Bagatti Valsecchi di Milano.

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