È luogo comune credere che un film non possa eguagliare un libro. Non sempre è vero. Nel caso di questa versione di Emerald Fennell però, il Cime Tempestose che ora è sul grande schermo avvalora con forza questa affermazione. Il risultato, ahimè, è desolante. Perfino definirlo romantico, nel senso letterario del termine, sarebbe troppo.
Sulle Heights digitali non soffia il vento sferzante del rancore, della rabbia e della vendetta che esala fin dalle prime pagine del libro. L’amore, nel capolavoro di Emily Brontë, è una dannazione ultraterrena che lega due anime lacerate, destinate a cercarsi incessantemente in vita e a ritrovarsi nel futuro oltremondano. Oggi diremmo che si tratta di due narcisisti maligni che non conoscono amore né cura né compassione per l’altro ma solo il riconoscimento egoico del proprio specchio rotto. Heathcliff, con il suo passato di bambino maltrattato, corre verso la sua perdizione con un’ostinazione selvaggia, mentre Catherine, come il suo compagno di giochi e unico amore, non conosce clemenza né misericordia: la abita una natura cattiva e insolente, che nella relazione con gli altri è manipolatoria e strumentale. Ma questa tramontana potente e demoniaca non soffia nella riduzione cinematografica. A cominciare dai dettagli.
Margot Robbie, bravissima e di una bellezza sfolgorante, non può essere Catherine per una ragione fisiologica: è un’angelica bionda con gli occhi azzurri. Ma come potrebbe, nonostante la sua bravura scenica, interpretare la natura violenta della bruna protagonista con i suoi occhi scuri e penetranti?
Jacob Elordi è un irresistibile Heathcliff a cui è stata tolta la ferocia distintiva del suo personaggio. Troppo bravo per sottostare a una sceneggiatura debole e inconsistente: che occasione persa. Nel libro è un principe dell’inferno, qui un innamorato senza speranza. La potenza del loro legame letterario ultraterreno qui si stempera in una tensione erotica appiattita da dialoghi incolori. Una bella strizzatina d’occhio al mainstream che sospira sugli incontri amorosi degli avvenenti protagonisti. Peccato che a Catherine e Heathcliff nella loro vita letteraria non sia concesso nemmeno un bacio.
Perfino l’efebico Edgar Linton, insieme alla governante Nelly Dean (nel film chissà perché di etnia asiatica), unici personaggi positivi nell’opera di Emily Brontë, vengono contraffatti in caratteri non convincenti. Insipido lui, malvagia lei: ma insomma, un po’ di rispetto, direbbe il lettore affezionato.
Infine i costumi: dagli abiti casalinghi delle selvagge brughiere del nord dell’Inghilterra si passa a sontuosi vestiti rivisitati in chiave contemporanea per rispecchiare lo stato emotivo dei personaggi. Il risultato è il trionfo del kitsch (come lo intendeva Umberto Eco) nella sua massima potenza: i capi sono sfarzosi, sgargianti e urlati, volutamente “incollati” sui personaggi come figurine fluo sulle aspre colline che ospitavano gli isolati villaggi dello Yorkshire inglese.
Se avete voglia di conoscere la vera storia di Catherine e Heathcliff, tornate al testo: potrete passeggiare in mezzo alla brughiera coperta d’erica, tra campanule e orchidee selvatiche. E se alzerete lo sguardo, là, sotto la rupe, li vedrete ondeggiare nel vento impetuoso, finalmente insieme.
Qui trovate un altro invito alla lettura.

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