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I nostri scaffali pieni di libri dicono davvero chi siamo?

Sono le relazioni fra i libri, soprattutto le più sorprendenti, imprevedibili, misteriose, poetiche e idiosincratiche a contare nella nostra autobiografia di lettori. Quel che importa è raccontarle, non sperare che sia l’esposizione dei libri sugli scaffali a fare ciò che da soli essi non possono fare

Sappiamo che lettrici e lettori pensano che gli scaffali delle case che abitano dovrebbero dire cose interessanti su chi li ha riempiti di libri, mese dopo mese, anno dopo anno.

Alberto Manguel ha scritto anni fa che “saremo giudicati in base ai libri che chiamiamo nostri,” e addirittura che “Ogni biblioteca è autobiografica”.1

Roberto Calasso ha confessato di aver coperto – da un certo momento in avanti – tutti i libri che arrivavano nella sua biblioteca con il pergamino, quella specie di carta velina usata dai librai antiquari per proteggere i volumi. Lo ha fatto per rendere meno leggibile ciò che era scritto sui dorsi. Per rendere i libri della sua biblioteca meno riconoscibili. Questo per vari motivi, ma soprattutto, per uno: “il pergamino rende molto più difficile, per un occasionale visitatore, individuare i titoli dei libri. E questo frena ogni eccesso di intimità. Impedisce quella imbarazzante situazione in cui, entrando in una stanza, si riconosce rapidamente, anche solo dal colore e dalla grafica dei dorsi, di che cosa è fatto il paesaggio mentale del padrone di casa”.2
Dunque, a suo modo, la ritrosia di Calasso a mostrare i titoli e gli autori dei suoi libri, l’eccesso di intimità che avrebbe voluto evitare, sembrerebbe proprio confermare l’importanza che – in tanti ne siamo convinti – hanno i nostri scaffali nel parlare di noi, anche quando, come nel suo caso, si vorrebbe proprio che non lo facessero.


Leggi anche: Leggere per raccontarsi. Dai gruppi di lettura ai laboratori di narrazione


D’altra parte, anche le biblioteche pubbliche potrebbero essere in grado di raccontare le storie di chi le frequenta. Ci sono le registrazione dei prestiti, i foglietti piegati con gli appunti fra le pagine, restituiti insieme al volume quando il prestito finisce. E ancora, i ricordi delle persone incontrate e magari diventate amiche fra i volumi di una biblioteca. Insomma, anche nelle biblioteche pubbliche c’è un potenziale di tracce autobiografiche custodito dagli scaffali.

Eppure, questo potenziale narrativo dei nostri scaffali quasi sempre resta un potenziale, non rivela nulla. Le nostre biblioteche, restano mute, non riescono a pelare di noi. Specie se non sono le grandi biblioteche private, ricche e organizzate, di studiosi come Calasso, Manguel o Umberto Eco, per citarne solo tre fra i moltissimi possibili.

Relazioni fra i libri

Le nostre modeste biblioteche non dicono nulla perché ignoriamo il fatto che sono le relazioni che si stabiliscono fra i libri di una biblioteca a renderla davvero capace di raccontare qualcosa su chi la possiede e la usa. E tali relazioni devono essere rese esplicite, evidenti, pubbliche

E quando le rendiamo esplicite qualcuno deve vederle, ascoltarle, leggerle, conoscerle. Altrimenti le nostre biblioteche restano ancora mute.

Dobbiamo quindi, prima di tutto rendere esplicite questa relazioni fra i nostri libri.

Sono le relazioni fra i libri, in particolare le più sorprendenti, imprevedibili, misteriose, poetiche e idiosincratiche (come spiegava Aby Warburg3) a contare nella nostra autobiografia di lettori. Quel che importa è raccontarle, non sperare che sia l’esposizione dei libri sugli scaffali a fare ciò che da soli essi non possono fare4.

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  1. Alberto Manguel, La biblioteca di notte, Palermo, Archinto Editore, 2008, p. 163 e ss., traduzione di Giovanna Baglieri. ↩︎

  2. Roberto Calasso, Come ordinare una biblioteca, Milano, Adelphi, 2020. pp. 14-15. ↩︎

  3. Ernst Gombrich, Aby Warburg; una biografia intellettuale, traduzione italiana di Alessandro Dal Lago e Pier Aldo Rovatti, Milano, Feltrinelli, 1983.
    Per Warburg non si trattava di lasciare l’organizzazione al caso e farla scivolare nel caos. La sua biblioteca era invece memoria organizzata. Egli cercava una “fluidità e una vivacità che né la limitazione per soggetto né i vincoli cronologici avrebbero consentito”. La soluzione gli sembrò quella della cosiddetta regola del “buon vicino”. È una regola molto nota e sempre citata come una specie di utopia quando si parla di organizzazione delle collezioni di libri e forse potrebbe diventare davvero l’atteggiamento su cui orientare il racconto della nostra biblioteca. Nelle associazioni promosse dal “buon vicino” possiamo trovare infatti le chiavi per spiegare cosa ci sia di unico e di maledettamente personale nelle raccolte di libri di ciascuno. Questa regola dice semplicemente che nella biblioteca perfetta , quando si cerca un certo libro, si finisce per prendere quello che gli sta accanto e che si rivelerà ancora più utile di quello che cercavamo. ↩︎

  4. Uno dei capitoli del libro uscito a fine 2025, Leggere per raccontarsi, è proprio dedicato alle storie che l’insieme dei libri nei nostri scaffali, le relazioni fra quei libri, possono raccontare. È è dedicato a come fare per fare raccontare ai nostri libri le nostre storie. ↩︎

[immagine in apertura: Ottone Rosai – Uomo sulla panchina]

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