Un libro che è un esempio di come la lettura e il racconto autobiografico si intreccino: è Dayswork, di Chris Bachelor e Jennifer Habel, Norton, 230 pp. (in vendita da settembre 2024).
Si tratta di un’opera scritta a quattro mani da un romanziere e da una poetessa che sono compagni nella vita.
Il racconto si snoda nella quotidianità di una famiglia che pare molto molto simile a quella reale dei due autori del libro. Ma è un racconto che fa continuamente i conti con una sorta di ossessione della narratrice per Herman Melville e il suo Moby Dick.
La voce narrante infatti, e qui siamo a un’altra particolarità assai interessante del romanzo (autofiction, memoir, diario…?) è un personaggio femminile, una poetessa, che però, per quanto ci venga da pensarlo, non coincide con una delle firme del romanzo. È invece il risultato del lavoro dei due autori del libro che hanno dato insomma vita a una singola persona, dalla cui voce conosciamo le vicende della famiglia.
In particolare, la controversa decisione di traslocare da una parte all’altra degli Stati Uniti presa dal marito (inteso come personaggio del romanzo) e le tensioni che ne sono derivate. Tensioni che tuttavia vengono ben presto accompagnate nel racconto dalla ricostruzione della decisione improvvisa presa da Melville di spostarsi con tutta la propria famiglia da New York City a una remota fattoria a Pittfield in Massachusetts.
Dayswork è un esempio notevole di come si trasformi e sia adattabile la forma della narrativa dichiaratamente di finzione ma con relazioni di contaminazione sia con le vicende autobiografiche sia con le letture dei romanzi, specie dei romanzi classici, che delle nostre vite sono parti fondamentali.
In queste narrazioni intrecciate, del resto, dobbiamo essere disposti, sia come lettori che come autori, a camminare su un filo che induce spesso vertigine e straniamento e – ovviamente – a ragionare in forma metanarrativa.
Abbiamo molte possibilità quando ci raccontiamo.
-Immagine: Jackson Pollock, Blue (Moby Dick) (1943)

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