In questi giorni mi è capitato in mano questo libro: Iscrizioni funerarie romane (Bur). La curatrice Lidia Storoni Mazzolani ci spiega:
“Dato che le sepolture si trovavano lungo le strade consolari, l’iscrizione rappresenta l’appello postumo del defunto ai vivi, passanti e viaggiatori. In essa chi non è più vuole attirare ancora l’attenzione e fermare per un momento quel flusso incessante di umanità che scorre davanti a lui, e, nel riassumere la propria esistenza, esprime nella forma più genuina e più breve (appunto, lapidaria) la scala dei valori del suo tempo, la sua concezione della vita e del destino umano”.
Io, sulla mia tomba metterei questa:
“La vita è bene, la vita è male? La morte non è né l’una né l’altra cosa.
Rifletti, se hai giudizio, quale delle due ti convenga di più. Ma poiché esistono i Mani, ti sia lieve la terra”.
Ovviamente ce ne sono di più ironiche:
“Qui è sepolto Leburna, maestro di recitazione, che visse più o meno cent’anni. Sono morto tante volte! Ma così, mai. A voi lassù auguro buona salute”.
O di più poetiche:
“Mi ha rapito il sole”.
O di più succinte:
“Visse sui campi e fu felice”.
O di vivi irriducibili anche da morti:
“Non ho più forze, non chiudo occhio, notte e giorno l’amore divampa”.
Potete mettere una frase, una citazione, una poesia, una barzelletta, una canzone o se siete particolarmente creativi, scrivere direttamente il vostro epitaffio. Visto che qualcuno lo dovrà fare, tanto vale sceglierselo da soli, adesso. E’ l’unica occasione che ognuno di noi ha per lasciare un segno immortale.
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