Il mondo sotterraneo e gli esercizi di stile

Sto leggendo con passione una pietra miliare della letteratura americana contemporanea: Underworld di Don DeLillo. Il prologo è un magistrale esercizio stilistico: quasi 60 pagine dedicate a una celebre partita di baseball avvenuta nel 1951.  La storia della palla da baseball utilizzata durante la partita è il filo conduttore di una trama complessa, corale quasi…

Sto leggendo con passione una pietra miliare della letteratura americana contemporanea: Underworld di Don DeLillo. Il prologo è un magistrale esercizio stilistico: quasi 60 pagine dedicate a una celebre partita di baseball avvenuta nel 1951.  La storia della palla da baseball utilizzata durante la partita è il filo conduttore di una trama complessa, corale quasi scenografica. Se all’inizio si fatica a scorgere il disegno di insieme, dopo poco si rimane al contempo affascinati e intrappolati da episodi, personaggi e luoghi.

Assolutamente da leggere.

Commenti

5 risposte a “Il mondo sotterraneo e gli esercizi di stile”

  1. Avatar gabriella

    Underwoeld è, secondo me, uno dei più importanti romanzi del Novecento. Un capolavoro assoluto. Epico ed elegiaco al tempo stesso, un romanzo corale come un film di Altman, un libro da leggere e rileggere. Un libro da far arrossire dalla vergogna e scomparire sotto il tappeto tutti i romanzetti minimalisti e anoressici che vengono sfornati a getto continuo e che lasciano il tempo che trovano. Buona lettura!

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  2. Avatar Chiara

    Hai proprio ragione Gabriella.

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  3. Avatar Caddy
    Caddy

    De Lillo è uno degli autori che mi ha più colpito negli ultimi tempi. L’ho scoperto, infatti, solo da poco leggendo quasi per caso Rumore Bianco. In ciò che dici di Underworld che mi affretterò a leggere, ritrovo in effetti alcune delle particolarità che ho percepito in questo libro: dalla complessità caotica e apparentemente dispersiva della trama alla coralità. Al riguardo, al di là della messa in scena di una folla di personaggi più o meno definiti a rappresentare un microcosmo sospeso nello spazio e nel tempo (tra quelli “di contorno” una nota particolare meritano sicuramente i due, agli antipodi, “interpretati” dal bimbo che non parla, Wilder, e dal professore che elucubra su tutto, Murray), è l’introduzione di un corpo estraneo (la nube tossica che invade la cittadina) a rendere improvvisamente protagonista la collettività (e a questo punto non sappiamo più davvero in che libro ci troviamo).
    I riflettori però poi tornano a concentrarsi sul protagonista, Jack, ebreo esperto di studi hitleriani, che porterà dentro di sé le conseguenze di quell’evento per tutta la vita.
    Più che per il suo volere rappresentare il declino di una civiltà che sembra aver affidato agli oggetti e alla loro “promozione” il ruolo di riempire un vuoto di valori – e questo in sintesi è quanto riportato dalla quarta di copertina (Theleeshore insegna) – ciò che rende speciale questo romanzo è il suo modo di affrontare la paura del vuoto, quello vero e, più esplicitamente, la paura della morte, la morte reale, nel senso della fine della vita.. Essa qui è la vera protagonista e il suo pensiero inconcepibile diviene un’ossessione che non ci lascia vivere. La reiterazione di quella domanda “Chi morirà prima?” che Jack riferisce a lui e alla sua compagna, nella sua banalità, (“è una domanda che si presenta di quando in quando, come, per esempio: dove sono le chiavi dell’auto”) mi ha davvero agghiacciato, più di quanto abbiano fatto descrizioni e rappresentazioni più complesse e articolate del tema.
    E’ soprattutto per questo aspetto che mi associo al tuo consiglio di lettura dell’autore.

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  4. Avatar marinaforlani
    marinaforlani

    …formidabili…queste sì che sono recensioni calde,per far leggere…!!!!

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  5. Avatar marco pontoni
    marco pontoni

    Amo molto la letteratura americana contemporanea, per il suo respiro epico, la sua capacità di confrontarsi con la storia e con i grandi interrogativi morali del nostro tempo, i suoi squarci lirici. Non trovo nulla del genere nella narrativa italiana. Negli ultimi anni ho letto almeno 3 grandi romanzi americani: “Le correzioni” di Franzen, “Pastorale americana” di Roth e “Underworld” di De Lillo.
    Devo dire che fra Franzen e De Lillo è un bel match. Ma “Underworld” mi ha lasciato davvero senza fiato, per la sua densità, le sue chiavi nascoste, quel senso di grandezza, mistero, pietà, smarrimento che si ritrovano in tanti classici americani, da “Moby Dick” a “Il vecchio e il mare” a “On the road” a “Incendi” a “Nei sogni cominciano le responsabilità” (del grande, misconosciuto Delmore Schwarzt).
    La bravura di De Lillo è straordinaria. Le sue descrizioni del Bronx quando era un quartiere “italiano” e poi dopo, all’epoca del degrado urbano, magistrali. Il capitolo iniziale è un esercizio di bravura, dove personaggi reali e fittizzi si mescolano in maniera estremamente credibile e convincente e dove i Grandi Terrori compaiono fra le pieghe del quotidiano (il foglio di giornale con la foto del dipinto di Brueghel che vola addosso al capo dell’Fbi). L’incubo atomico in cui siamo vissuti dagli anni ’50 alla fine della guerra fredda viene raffigurato da varie angolazioni, fino ad esplodere nell’ultima parte, con la descrizione del viaggio in Siberia, nelle zone dove l’Armata Rossa compiva gli esperimenti nucleari (un viaggio in cui però si svela anche un altro tradimento, oltre a quello del regime nei confronti dei cittadini/sudditi: una “banale” storia di corna, che noi lettori abbiamo conosciuto molte pagine prima, dal momento che il romanzo infrange la consecutio temporale e salta continuamente da un’epoca all’altra, avanti e indietro).
    Romanzo postideologico, “Underworld” è però anche un romanzo post-sociologico. La sua forza sono i personaggi, in particolare naturalmente Nick, l’unico a parlare in prima persona. Sul quale De Lillo posa, alla fine, mi pare, uno sguardo pietoso ma non commiseratorio. Perché Nick non è nè un vincitore né un vinto: è solo un uomo del suo tempo, in parte agito da forze più grandi, ma al tempo stesso a suo modo “vincente”, qualsiasi cosa voglia dire questa parola.
    E poi, da ultimo, “Underworld” si chiude con una parola. E la parola è “pace”. Non mi pare cosa da poco.

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