Perché il lettore di un gruppo di lettura partecipa a una sfera pubblica

Chi ha scoperto e desiderato nel lockdown la componente sociale e di condivisione presente nella lettura privata, ha intuito l’esperienza che i lettori dei gruppi di lettura conoscono da tempo

Rene Magritte, La Condizione umana, 1935 (Wikiart)
Rene Magritte, La Condizione umana, 1935 (Wikiart)

Mi ha incuriosito leggere un commento di Gal Beckerman, redattore della New York Times Book Review a proposito della lettura ai tempi della pandemia (This Is No Time to Read Alone).

Fra le altre cose dice infatti che ha scoperto il piacere e l’importanza della dimensione sociale, o pubblica della lettura. La scoperta di Beckerman è stata causata, per così dire, proprio dalla pandemia e dalla diffusione in rete di incontri virtuali su Zoom e le altre piattaforme di videoconferenza.

La questione interessante non è tanto questa scoperta, ma il fatto che Beckerman attribuisca a tali incontri online caratteristiche – che apprezza molto – che i lettori che condividono la lettura nei gruppi conoscono da tempo.

Queste caratteristiche infatti sono parte di ciò che rende i gruppi di lettura faccia-a-faccia, attorno a un tavolo, un’esperienza cercata e – quando funzionano – amata dei lettori.

LA SCOPERTA DELLA NATURA DEI GRUPPI DI LETTURA

Insomma, il paradosso è che Beckerman e altri osservatori come lui, sembra che abbiano scoperto cosa siano i gruppi di lettura, solo ora, con gli incontri a distanza

Il che peraltro è forse frutto del fatto che essi non hanno mai partecipato davvero a gruppi di lettura, oppure, che hanno osservato gruppi di lettura che somigliano più a conferenze o a presentazioni di libri, nei quali manca dunque la forma di partecipazione orizzontale, paritaria, democratica, e non deferente tipica dei gruppi di lettura.

LA SFERA PUBBLICA

È giusto però osservare che Beckerman ammette di intravedere nel fiorire di “boozy book clubs” (ma che gruppi è andato a conoscere?), di presentazioni di libri nelle librerie e di seminari dedicati a discussioni sul “romanzo vittoriano”, quella “sfera pubblica” definita da Jürgen Habermas: e soprattutto ammette che Zoom non potrà mai restituire questa intricata esperienza di condivisione. 

UN GRUPPO DI LETTURA NON È UNA PRESENTAZIONE NÉ UN SEMINARIO

Il punto è, credo, che Beckerman sottovaluta la differenza fra un gruppo di lettura e una presentazione di un libro o un seminario.

LA FUNZIONE SOCIALE DELLA LETTURA

Eppure, la sua tesi è che proprio attraverso gli incontri online che ha frequentato durante la pandemia è riuscito a mettere a fuoco qualcosa che forse aveva dato per scontato: la “funzione sociale della lettura è strana. Un atto inerentemente privato – dei suoni che sentiamo nella nostra testa – ci lega, ci unisce”. E, aggiunge, “non ho mai pensato in modo adeguato a quanto ciò sia peculiare”.

PARLARE SENZA TIMORI

Beckerman cita un book club on line fondato durante il lockdown, nel quale nota una certa disinvoltura che attribuisce al fatto di essere ciascuno a casa propria. I partecipanti intervengono, pongono, dice, delle domande che se fossero in una libreria davanti ad altri lettori forse esiterebbero a fare, perché si preoccuperebbero che la domanda non sia abbastanza buona o abbastanza intelligente. “No one is self-conscious anymore”.

LETTORI VULNERABILI

In questi incontri on line Beckerman vede una manifesta vulnerabilità mostrata dai lettori. Ma, ci dice, leggere insieme è proprio un atto profondamente vulnerabile. E sottolinea quel che i lettori dei gruppi sanno benissimo: “Per catturare quel che amiamo (o non amiamo) di un libro, dobbiamo essere sintonizzati ciascuno con la propria interiorità – il modo in cui una collezione di parole ci colpisce – e poi lo trasferiamo agli altri, senza mai essere sicuri che questi sentimenti verranno accolti o rifiutati, allontanati”.

E ancora, riferendosi alla giovinezza e alle letture quasi clandestine (fai qualcosa di utile invece di leggere, gli dicevano i genitori): “In vario modo posso dire di essere diventato la persona che sono quando scoprii altre persone con le quali potevo parlare di libri”.

LA CONDIZIONE UMANA

Questa disponibilità ad accettarsi e a riconoscersi lettori vulnerabili, la consapevolezza di dar vita a una sorta di “sfera pubblica” della lettura, la connessione con alcune parti del proprio io sensibili e spesso riservate sono parti dell’esperienza abituale dei gruppi di lettura, che forse sono state ignorate o trascurate da chi ha avvicinato superficialmente il fenomeno.

Aggiungo infine che Beckerman cita Hannah Arendt, anche perché partecipa a un gruppo on line del Bard College dedicato alla grande filosofa. Come con Habermas, anche il pensiero di Arendt ci aiuta molto nella riflessione sulla condivisione della lettura – non perché se ne sia occupata direttamente, anche se qui e là ci sono passaggi relativi alla lettura che possono avere connessioni dirette – ma perché uno dei temi del suo lavoro concerne il modo in cui costituiamo un mondo pubblico.

Soprattutto è in Vita Activa. La condizione umana (Bompiani, 2017) che troviamo spunti adatti a tematizzare e elaborare un discorso attorno a lettura e vita pubblica.

Beckerman ne ha parlato con il coordinatore del gruppo su Arendt del Bard College, Roger Berkowitz. Il quale gli ha ricordato la metafora che in questo libro Arendt usa: “Quando abbiamo un gruppo di persone sedute attorno a un tavolo che parlano – dice Berkowitz parafrasando Arendt –, il tavolo è ciò che le rende un gruppo. E se togliete il tavolo, sono solo individui, non sono connessi”.

Beckerman si chiede se sia Zoom il nostro tavolo. Io credo invece che il gruppo di lettura sia il nostro tavolo, e che ci sono migliaia di tavoli in tutto il paese, in tutto il mondo probabilmente. È comunque interessante vedere che si afferma la consapevolezza della vera natura “sociale e pubblica” dei gruppi di lettura.(Di lettura privata e pubblica e dell’articolo di Beckerman ha scritto anche Maria Teresa Carbone sul Manifesto del 28 maggio 2020).

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