Le carote di Cechov

Luna-notte

Ogni volta che riprendo in mano un libro di Cechov (e l’occasione stavolta è stata piuttosto divertente), mi pento di non rileggerlo più spesso. Dovrei sempre tenerlo sul comodino, a metro e misura della giornata appena trascorsa. Basta fare un semplice viaggio in metropolitana, frequentare una mensa, lavorare in un open space per riconoscere la folla di personaggi che popola i suoi racconti. Il suo sguardo obliquo è un signore dall’aspetto distinto ed elegante (come, del resto, era Anton Pavlovic nella vita reale) e totalmente imprevedibile. A differenza di Gogol, dove il gioco è scoperto fin dalla prima pagina, il senso dell’umorismo di Cechov arriva di soppiatto, è pacato, costruito ad arte e centellinato a dovere (“Non in qualsiasi momento: solo quando faceva ridere”, direbbe Roger Rabbit). “Vai avanti a leggere, ci penso io”, sembra sussurrare al lettore. E così succede: da un momento all’altro scoppi in una fragorosa risata, anche se nel periodo precedente l’atmosfera era greve e plumbea. E non è solo perché in Cechov convivono più anime (nato da un servo della gleba poi riscattato, nemmeno la professione di medico e il successo letterario riescono a lenire il senso di estraneità che si porta dietro), è che la sua ironia è connaturata alla continua ricerca di senso, il buffone è sempre di fianco al Re. Come dice Nabokov nella bellissima postfazione dell’edizione Oscar Mondadori:

I libri di Cechov sono libri per persone spiritose, vale a dire che solo un lettore con il senso dell’umorismo può realmente coglierne la tristezza. Le cose
per lui sono insieme buffe e tristi, ma non potete accorgervi della loro tristezza se non cogliendone la buffoneria, perché i due elementi sono legati tra loro.

O, per dirla con Amos Oz, è così triste che fa ridere.

E allora, se volete iniziare (o rileggere) un breve racconto (un vero capolavoro), potreste scegliere L’uomo nell’astuccio.

Belikov, insegnante di greco talmente spaventato dal mondo da aver paura perfino di cedere al sonno, riassume in sé le più squisite caratteristiche dell’uomo mediocre ed esercita, non solo nel ginnasio in cui insegna ma nel villaggio intero, la tirannia del mainstream più becero. Qualsiasi novità lo terrorizza (“Chissà cosa ne verrà fuori”, si chiede di continuo con fare sgomento – e come strizza l’occhio qui Cechov al lettore divertito), ha una vera e propria passione per i divieti, e ogni sorta di infrazione alle regole (non solo sua, dell’intera comunità che spia con rigore certosino) lo getta nello sconforto. Ovviamente, alla fine non c’è riscatto. Siamo tutti chiusi nell’astuccio, tutti dannati. Ma c’è qualcosa che ci salva sempre in Cechov (come nella Steppa, il meraviglioso racconto che apre il libro): la natura.

“Che luna, che luna”, disse guardando in alto. Era già mezzanotte. Era tutto immerso in un sonno tranquillo, profondo, non un movimento, non un suono, proprio da non credere che nella natura possa esserci un silenzio tale. Quando in una notte di luna si vede una larga via di campagna con le sue isbe, i covoni, i salici addormentati, ci si sente tranquilli; in questa sua quiete, riparata, nelle ombre notturne, dalle fatiche, dalle preoccupazioni e dal dolore,
essa è mansueta, malinconica, meravigliosa e sembra che anche le stelle la guardino con tenerezza e commozione e non ci sia più il male sulla terra e che tutto vada bene.

Quanto al senso, risponde il tenente Tuzenbach nelle Tre sorelle. “Il senso? Ecco, guardate: la neve che cade. Che senso c’è?”. E nella prefazione ai Racconti, Igor Sibaldi rincara la dose: Cechov ci si divertiva, da veterano di quel genere di problemi. “Mi chiedi: cos’è la vita. È proprio come chiedere che cos’è una carota. Una carota è una carota. Non c’è altro da dire”.

Anton Cechov, Racconti, Oscar Mondadori.

59 commenti

  1. @tutti
    Scusatemi, oramai per me questo è diventato l’articolo dedicato alla letteratura russa, quindi metto qui un racconto di Gogol che voi forse conoscete:

    ►Nikolai Vassilievich Gogol, “Le memorie di un pazzo”, lettura di Alberto Rossatti, traduzione a cura di Maurizio Falghera, Il Narratore audiolibri, Zovencedo, 2015

    Si legge velocemente, ma fa impressione: dà bene l’idea di quali gorghi possano risucchiare la mente umana, di quali paranoie possano aggredire il nostro cervello. È scritto in forma di diario, ma le date, dopo un po’, cominciano ad impazzire, ne abbiamo sentore già con “Anno 2000, 43 aprile”, poi incontriamo “86 marzobre. Fra il giorno e la notte”, per continuare poi con un una serie di definizioni temporali assurde che rendono il vorticare della mente di chi sta perdendo il contatto con la realtà.

    Non mi piace riassumere la trama di un racconto, dico solo che, anche qui, vittima della sua schizofrenia, abbiamo un burocrate, un dipendente pubblico (mi direte che la burocrazia attraversa tanta parte della letteratura russa, ma io ho letto poco). E cosa non dice Gogol dei dipendenti provinciali!

    Ciao
    Mariangela

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  2. Grazie Mariangela, il libro di Vandelli è davvero attualissimo e lo comprerò. Quanto a Cechov e qui non si può omettere Gogol, sono straordinari nei loro pamplet di accusa attraverso l’osservazione di detragli e piccole miserie quotidiane.

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  3. @ Teleeshore. Ho letto il maestro e Margherita di Bulgakov tanti anni fa. appassionandomi su Margherita, che vola nuda nel cielo e sul maestro. Ero anche fresca di lettura del Faust di G. a cui mi sembra che il “megagalattico ” Bulgakov si fosse ispirato. Certo non è una lettura semplice ed è molto legata ai fatti della rivoluzione russa. Certamente una tua recente ( io lo lessi attorno al 1978/9!!!) e vivace lettura renderà assai meglio dei miei polverosi e incasinati ricordi
    Stranamente non lo rilessi più.
    Di Bulgakov invece ho letto altri libri.
    ,Grazie per la tua preziosa competenza. Camilla

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  4. Cara Camilla, sul Maestro e Margherita (che è uno dei miei libri preferiti e rileggo ogni 5 o 6 anni) ho scritto il post L’importanza delle ombre che trovi sotto il mio nome in fondo a ogni articolo. Era il 2013… grazie, ma sono solo una lettrice appassionata che si diverte a scrivere consigli di lettura, niente di più. Davvero hai trovato Il Maestro e Margherita più pesante del Faust di Goethe? Prova a leggerlo adesso, secondo me sarebbe diverso… credo di aver letto il capolavoro di Bulgakov anch’io in quegli anni (in casa mia era molto apprezzato e se ne parlava spesso). Poi non ho mai smesso di rileggerlo… grazie per la tua stima e aspetto un tuo commento, se lo rileggerai… 😉 a prestissimo!

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  5. @tutti

    Continuo ad approfittare di questo articolo per parlare di letteratura russa. Ho avuto modo di rileggere “La morte di Ivan Il’ič”, ascoltandolo da questo audiolibro:

    ► Lev Tolstoj, “Sonata a Kreutzer; La morte di Ivan Il’ič”, lettura interpretata da Claudio Carini, Recitar leggendo, 2018, 1 CD (MP3) (6 h, 37 min.)

    È quasi sconcertante vedere con quanta moderna sensibilità Tolstoj sa trattare argomenti quali la morte, la malattia, il fine vita, il rapporto medico/paziente. Senza sottovalutare l’attualità di questi temi, sviluppati negli ultimi capitoli, di questo romanzo breve devo dire che sono rimasta maggiormente colpita dai primi due capitoli a causa del loro livello letterario: l’impeccabilità di scrittura li rendono, a mio parere, inarrivabili (ogni tanto un po’ di enfasi concedetela anche a me!)

    Paura, repulsione, fastidio, ipocrisia, necessità di esorcizzare sono alcune delle reazioni dell’essere umano al cospetto della morte di un proprio simile e Tolstoj, nel primo capitolo, le sa rendere vivide e reali. Preoccupati di ossequiare le regole della circostanza, ma nella speranza di non dover rinunciare alla quotidiana partita a carte, i conoscenti più stretti del defunto sono in visita al suo letto di morte e si impegnano compunti a seguire il copione prestabilito. Non si dimostra meno ipocrita la moglie, vedova in gramaglie, più interessata alla pensione che non addolorata per la perdita del marito.

    Il secondo capitolo, invece, descrive caratterialmente Ivan e ci spiega i suoi atteggiamenti nei confronti della società e della famiglia. Caratterialmente diverso da entrambi i suoi fratelli, meno freddo del maggiore e più accorto di quello più giovane, Ivan è una persona gradevole e compita, la sua maggiore preoccupazione è quella di uniformarsi a ciò che nella sua cerchia di conoscenze viene considerato opportuno e rispettabile, si potrebbe dire che tutta la sua esistenza è improntata alla medietà, anche le trasgressioni, che pur non si fa mancare, devono venire commesse con discrezione, senza dare nell’occhio. In poche pagine, poco più di 15 minuti di ascolto, Tolstoj ci consegna una vita.

    Quello che voglio dire è questo: gli argomenti sono scottanti, e ci coinvolgono tutti: chi non ha pensato alla morte di una persona cara leggendo questo libro? Chi non si è posto domande sulla propria di morte scorrendo queste pagine? Ma mi sono anche chiesta: quanta perizia di scrittura, quanta capacità letteraria ci vogliono perché gli argomenti reggano e per far sì che nel lettore si scatenino questi interrogativi?

    Un maestro, veramente.

    Ciao,
    Mariangela

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  6. Cara Mariangela, sto lavorando e vorrei dedicare più tempo per risponderti. Grazie per la preziosa condivisione, dopp ti rispondo con calma…. 😉

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