Perchè ci piacciono tanto le storie di finzione?

Conoscere il possibile oltre che il vero, le congetture e ipotesi e i fallimenti oltre ai fatti

Una risposta da Javier Marìas

Autore che periodicamente rimbalza sul tavolo del gruppo di lettura
[anche se ancora il GDL a Cologno non ha letto nulla di suo], citato
da lettori estasiati, Javier Marìas è certo vicino ai temi e allo
spiritodel nostro GDL.

Javier Marìas

Nella edizione italiana del suo romanzo “Domani nella battaglia pensa
a me”, Einaudi, si trova un “epilogo”
[altro non è che il testo di un
discorso tenuto da Marìas in occasione di un premio che gli è stato
dato in Venezuela] che sintetizza una delle possibili spiegazioni
della forza senza pari e formidabile della narrativa
, questo fenomeno
delle storie che leggiamo e che ci vengono raccontate e che ci prendono e catturano senza che noi ci si controlli e delle quali ci piace parlare e scrivere.

Marìas prova a rispondere alla domanda che molti si sono posti è anche
da punti di osservazione teorici molto elevati è sul perché leggiamo
le storie di finzione
:

_ è forse inspiegabile che persone adulte e più o meno coscienti siano
disposte a immergersi in una narrazione di cui sin dal primo momento
sanno che si tratta di un’invenzione. _

[…]

_l’uomo e forse la donna ancora di più_ – dice Marìas – _ha bisogno di
conoscere il possibile oltre che il vero, le congettute e le ipotesi e
i fallimenti oltre ai fatti, ciò che è stato tralasciato e ciò che
sarebbe potuto essere oltre a quello che è stato._

[…]

_Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso, sfumato, forse siamo fatti in egual misura di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere._

Per questo dunque tanto ci piacciono i romanzi, suggerisce Marìas. In fondo _tutti viviamo – questo è uno dei temi forti di “Domani nella battaglia pensa a me”, – _in maniera parziale ma permanente, subendo l’inganno oppure praticandolo, raccontando soltanto una parte, nascondendo un’altra parte e mai le stesse parti alle diverse persone
che ci circondano._

Eppure a questo non riusciamo ad abituarci.

Quando si scopre che _qualcosa non era come l’abbiamo vissuto – un amore o un’amicizia, una situazione politica o una aspettativa comune e addirittura nazionale –
ci si presenta nella vita reale quel dilemma che può tormentarci così tanto e che in grande misura è il terreno della finzione: non sappiamo più com’è stato per davvero ciò che ci sembrava certo, non sappiamo più come abbiamo vissuto ciò che abbiamo vissuto, se è stato quello che abbiamo creduto fino a quando non siamo stati ingannati o se dobbiamo gettare tutto quanto nel sacco senza fondo dell’immaginario e tentare di ricostruire i nostri passi alla luce della rivelazione presente e del disinganno.

La più completa delle biografie non è fatta d’altro che di frammenti irregolari e di scampoli scoloriti, anche la propria biografia. Crediamo di poter racocntare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d’ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabli, di scelte non compiute, di opportunità mancate, di elementi che ignoriamo perché riguardano gli altri, di cui è ancora più arduo sapere tutto o sapere qualcosa. L’inganno e la sua scoperta ci fanno vedere che anche il passato è instabile e malsicuro, che neppure ciò che in esso sembra ormai fermo e assodato lo è per una volta e non per sempre, che ciò che è stato è composto anche da ciò che non è stato, e che ciò che non è stato può ancora essere._

Il genere romanzo dà tutto questo o lo sottolinea o lo porta alla nostra memoria e alla nostra coscienza, e da ciò deriva forse il suo perdurare […]_

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